LA RICERCA DELLA BELLEZZA

intervista a cura di Davide Fogato  @davidefog 
Studente del corso Digital Communicationa and Fashion Styling biennio 20-22

 

Cos’è la bellezza?
Come si manifesta e come si rapporta con l’essere umano?
Domande fondamentali che ci accompagnano forse da sempre e che ci siamo posti tutti almeno una volta nella scoperta del quotidiano. A queste ho provato a dare una risposta grazie al prezioso contributo di Emmanuele Randazzo e Giulia Manca (rispettivamente Vice Director e Special project – Archive manager di Fondazione Gian Paolo Barbieri), attraverso gli scatti e il racconto, intimo e rivelatore, di uno dei più grandi fotografi di moda – e non solo. Un artista, Barbieri, che “il manuale di fotografia lo usava esclusivamente per non fare quello che diceva di fare”.

 

Equilibrio. «É stato ed è tuttora il fondamento del lavoro di Gian Paolo: la continua ricerca dell’equilibrio tra gli elementi, dell’armonia del corpo e del suo personalissimo “bello ideale”. Fin dagli inizi ha sempre ricreato le scene che vedeva attorno a lui, destrutturandole e ridisegnandole secondo il suo immaginario e i suoi codici estetici. Codici – mi spiega Emmanuele – completamente soggettivi, che appartengono ad una dimensione intima ed interiore che si crea sin dalla nascita». Gian Paolo Barbieri ha da sempre documentato il corpo umano. «Il desiderio di esprimersi e documentare il mondo attorno a lui nasce dalla sua passione per il cinema e per il teatro. Quando era un bambino suo fratello lo portò al cinematografo e lì rimase affascinato dalle immagini in movimento proiettate sul grande schermo, così decise di ricrearle: assieme ai suoi compagni di scuola formò un piccolo gruppo teatrale – si facevano chiamare il trio – con il quale inscenava spezzoni di film ed opere, da Victor Hugo a La Traviata. Già allora stava, inconsapevolmente forse, documentando la bellezza del corpo umano e dei suoi movimenti». 

 

Esprimendo, anche, l’esigenza di catturare un momento.

«Non solo catturare, ma arricchire ed avvalorare. Suo padre era proprietario di un’azienda di tessuti e lui cuciva da solo tutti i costumi che gli servivano per inscenare le opere. Gli piaceva creare ed ideare tutta la scenografia, soffermandosi su ogni dettaglio. Per documentare questo scattava poi delle fotografie – la sua prima macchina fotografica fu una macchina a soffietto 6×9, prestatagli da un’amica. Quelle mansioni che oggi affideremmo a dei fashion editor o a degli stylist, lui le svolgeva già all’epoca per conto suo. La sua era una ricerca sia estetica che antropologica del “bello”».

 

Ricerca ed artificio al tempo stesso.

«Se pensiamo ai suoi lavori possiamo affermare che in parte la sua fotografia è artificiale, un costrutto. Nel 1975, durante il suo primo lavoro per Vogue Francia (al tempo ancora Vogue Paris), scattò un servizio alle Seychelles e si innamorò dell’isola. Iniziò a ritrarre i suoi abitanti, cercando volti e corpi che lo affascinassero per la loro avvenenza. Continuò, come da bambino, a ricreare quello che vedeva: lo scatto della Portantina, ad esempio, è una riproduzione di una vera usanza, di come la regina e i suoi figli venivano trasportati da una parte all’altra del luogo su una carrozza di fortuna. Gian Paolo non fermava mai il momento, lo ricreava prendendo uomini e donne del paese in cui si trovava, scattando seguendo – ed inseguendo – sempre il suo ideale di bellezza».

 

Ideale, forse, apparentemente molto virile.

«Dipende da come lo vuoi vedere». Afferma Emmanuele. «Anche questo aspetto, come il bello e il gusto estetico, è soggettivo. Per me la virilità può rispecchiare un aspetto completamente diverso da quello che potrebbe rispecchiare per te».

 

«Io non ho mai guardato  – mi dice Giulia –  le foto di Gian Paolo ricercando una qualche virilità che lui avesse voluto rappresentare, non ho mai visto questo aspetto nei suoi scatti. Ho sempre riconosciuto invece una ricerca verso il Suo canone estetico, virile o meno che fosse. Era sempre la sua personale rappresentazione. Non ho mai nemmeno sentito parlare lo stesso Gian Paolo di virilità. Sicuramente mi appellerei più ad un canone estetico classico, come ricerca di un corpo perfetto e, perché no, muscoloso. Quando guardo queste immagini – indica con lo sguardo le foto appese alle pareti – penso ad un corpo statuario come quello dell’antica Grecia». “Il bello ideale” visto come equilibro tra gli elementi. «Ma anche come esaltazione e studio dell’anima e del corpo di persone e paesi che stava scoprendo». Conclude Emmanuele.

 

Dal ‘70 ad oggi la concezione di cosa sia “il bello” è cambiata enormemente.

«È cambiata molto nel tempo, oggi al classicismo si predilige il particolare. Prima la bellezza era un qualcosa legato più alla biologia, ora al commerciale. Ancora prima di parlare di aspetto, taglie e forme si pensa a cosa vende di più come immagine. Adesso, più che in passato, non esiste più un bello oggettivo e quello che si ricerca con estrema attenzione è il diverso. Al tempo il massimo sforzo comprendeva l’elezione di una modella ad emblema di “bellezza particolare” e veniva presa come riferimento, come se le peculiarità di un singolo fossero in grado di rappresentare le sfaccettature del collettivo».

 

«È particolare invece – aggiunge Emmanuele dopo una breve riflessione – quando la tua visione diventa in qualche modo “universale”, allora lì tutto cambia ed implica che ci sia un fondo di verità. All’inizio della sua carriera, Gian Paolo, non pensava che le sue foto potessero essere apprezzate, e per questo il collezionismo dei suoi scatti è cominciato molto tardi. Lui non si era mai preoccupato di esporre le sue foto o metterle in vendita, le faceva per se stesso e per il proprio piacere. Nel tempo si è reso conto che il suo concetto di bellezza era condiviso da molti. In questo unico caso il tuo soggettivo riesce allora a trasformarsi in un parziale oggettivo, permettendo di comunicare un messaggio che unisca più di una prospettiva».

Oggettivo o soggettivo, dove risiede la bellezza?

«Nell’appagamento dell’anima attraverso i sensi, in qualsiasi forma sia. Risiede in un qualcosa capace di donarti pace ma al contempo di smuoverti dall’interno».

 

Il bello, nei lavori di Barbieri, passa anche attraverso il nudo artistico. Nel tempo, per alcuni, è rimasto un tabù.

 «Quando era un ragazzo lo si viveva sicuramente come un tabù». Afferma Giulia. «Non si parlava spesso di sessualità o si negava proprio l’argomento. Nelle riviste però era consentito farlo ed era molto frequente raffigurare dei corpi nudi, nonostante lo si facesse quasi esclusivamente per la donna. Nelle pubblicità di beauty ad esempio i nudi femminili erano persino integrali talvolta». Sottolinea con velato sarcasmo. «Questo cambiamento, dove la rivista era custode della libertà di espressione, è passato dalla carta stampata al web ed infine ai social, suggerendo spesso un’altra chiave di lettura – non sempre corretta – della nudità. Ma nonostante il progresso e il crollo delle inutili pudicizie, penso che alle volte si cerchi di ricreare dei tabù dove non ci sono, come fosse un circolo vizioso. Eppure la sessualità rimane una porta che abbiamo sfondato tempo addietro».

 

«Gian Paolo – prosegue Emmanuele – non ha mai avuto problemi a rappresentare il nudo, è successo in poche occasioni che avesse dei problemi di censura. Una volta gli tagliarono fuori da un servizio per Ferré uno scatto, perché un uomo si copriva i genitali con solo una camicia bianca. Era considerato scandaloso per l’epoca ma solamente perché era un uomo e la sua raffigurazione nuda non era frequente ed accettata. Ma è quello il punto: il bello risiede anche nel proibito e nel desiderio che ne deriva. L’erotismo parla di questo, parla del desiderio e in particolare di quello sessuale. Qualcosa che vorresti avere – persino possedere – ma non puoi avere».

 

I suoi scatti di nudo parlano anche di una scoperta interiore.

«Gian Paolo è sempre stato molto introverso di carattere, non ha mai avuto un rapporto attivo rispetto alla sua sessualità e nemmeno la necessità di andare a cercarsi “le cose”, nella vita privata come in quella lavorativa. Le opportunità gli si sono presentate davanti e lui ha sempre deciso se prenderle o non prenderle. Paradossalmente è riuscito ad ottenere quello che voleva in una maniera quasi del tutto passiva. Il suo contributo è stato certamente, ed è tuttora, quello di esprimersi attraverso la fotografia, trasformandola nella sua forma di ricerca attiva alla scoperta del mondo, incluso quello sessuale».

 

«Ha iniziato a parlare della sua sessualità – continua Giulia – attraverso la fotografia erotica, dopo una ricerca che ha fatto nei confronti di se stesso spostandosi nei tropici, nei luoghi del sud dove lavorava e dove ha preso casa. Venendo a contatto con la natura, provando a ritrovarsi dopo un momento di perdizione figlio di tutti gli anni passati a lavorare nel complesso e contraddittorio microcosmo della moda».

 

«Ad un certo punto della sua vita è arrivato ad avere una consapevolezza tale di se stesso, forse, da riuscire con i suoi scatti a tradurre tutto quello che provava. Mi piace pensare che se non avesse voluto mostrarsi non lo avrebbe mai fatto attraverso la fotografia, e che la ricerca sia stata il motore di un bellissimo e vertiginoso viaggio, interiore ed esteriore».

 

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